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En italiano

Bianco. Tutto intorno e’ bianco. L’orizzonte e lo spazio non esistono. Cammino per quello che mi sembra un sentiero, ma presto anche questo scompare nel bianco.

Ho freddo.
Vedo una isola, un monte in lontananza. Sara’ un miraggio come tutto il resto.

Corro.
Finisce il fiato dopo pochi metri. Le mie ultime forze per raggiungere un sogno che sembra sempre piu’ vicino.

Tocco la terra.
Terra, non sale, vita. Mi inerpico tra pietre nere.

Tutto intorno e’ bianco.

Un cactus, evoluzione arida di quello che una volta era un albero. Lo taglio e bevo l’acqua della vita.

Chiudo gli occhi e sogno l’arcobaleno.

 

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Dopo quasi 500 anni di ricerche, scavi ed esplotazioni miniere, nella storica montagna quasi non rimane argento. I minatori,tra cui bambini, ogni giorno si spingono attraverso tunnel scavati nella roccia. Nelle viscere del Cerro Rico o Cerro Potosi’ estraendo briciole del nobile metallo. Sperando un giorno di imbattersi in uno dei pochi filoni rimasti che cambierà’ le loro vite.
Il lavoro e’ estenuante. Per la fatica e per le esalazioni di gas nocivi, la loro vita lavorativa non dura più’ 10-15 anni. La maggior parte muore in questo periodo.
Preghiera dei minatori

Montagna svuotata, rubata e violentata.
Continua a darci il pane quotidiano.
A noi che abitiamo i tuoi intestini.
Ti feriamo ogni giorno solo per non morire. Solo le nostre famiglie amiamo più’ di te.
Per favore, continua a nutrirci.
A darci il tuo pane argenteo che ha sapore di morte.
Amen

Io mi chiedo se si può’ essere tristi per una montagna.
Ti guardo, nuda, affetta da un cancro che si chiama uomo.
Vorrei essere il vento per accarezzarti i fianchi e consolarti.
Finche’ continuerai a piangere lacrime argentee non smetteremo.

 potosi_05Llegando a Potosí, Bolivia.

potosi_04 Llegando a Potosí, Bolivia.

potosi_03 Centro de Potosí, Bolivia.

potosi_02 Centro de Potosí, Bolivia.

potosi_01Centro de Potosí, Bolivia.

Notte nella isla del sol. In casa di una famiglia di campesinos che hanno incominciato a sorridere al turismo globale affittando a los gringos un quarto de su casa. Qui ci sono poche luci la sera, dopo le 10 quasi nessuna. Il cielo e’ impressionante. Sara’ che a questa altura (3808 m) le stelle sono più’ vicine. Sara’ che ci sono più’ costellazioni in questa parte di mondo. Sarà’ che non c’e’ luna. Saro’ io, ma questa notte mi sembra di stare nello spazio. Questo balcone di barro e’ la mia astronave intergalattica. Solo il latrare lontano di un cane mi tiene sulla terra.

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La chiamano la citta’ dell’eterna estate, infatti, per la sua vicinanza all’equatore, vanta di un clima caldo e secco (leggi arido) per tutto l’anno. Inoltre le correnti marine provenienti dall’Ecuador fanno si che la temperatura dell’acqua si aggiri attorno ai 25 gradi centigradi. Onde importanti la rendono inoltre un paradiso per il surfisti di tutto il mondo.

Arriviamo in questa ridente e soleggiata cittadina inseguendo il richiamo di tutte le note positive che abbiamo letto nella nostra guida. Avvicinandosi per la panamericana a Mancora possiamo gia’ intuire cosa ci aspetta. Il panorama e’ monotono e impresionante. Dune di sabbia, deserto e pietre per chilometri. Poi finalmente, la terra arsa dal sole, si tuffa nel mare verde e turchese.

Non mi colpisce particolarmente il centro abitato. Case sparse qua e la’, scortano la panamericana dentro e fuori della citta’. Centinaia di ristoranti che propongono brodo di gallina per colazione ed economici menu turistici. Bancarelle di artigianato industriale e non.

Niente di speciale, pensavo di questa cittadina di mare. Ma dove e’ il mare? Un breve camino sulla sabbia rovente ed eccolo li’. Enorme, non e’ un mare, e’ l’oceano.
Non posso resistere che pochi secondi e mi lancio contro un onda di 3 metri. L’acqua e’ calda. Non voglio piu’ uscire da qui.

Camminiamo sulla spiaggia, allontanandoci dall’aglomerato urbano. Scompaiono i bar e gli ombrelloni. Ci aspettano distese desertiche da esplorare. La liberta’, gia’ ci siamo dentro.

Ci chiama un poliziotto, ci ferma e ci dice di non allontanarci perche’ molto probabilmente ci avrebbero rapinati. Torniamo tristi sotto al nostro ombrellone nella nostra oasi sicura a vedere i surfisti nel caldo mare di Mancora.

 

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Mi sono sempre piaciute le foreste. Luoghi impervi, inaccessibili, isolati nel mezzo della giungla. Dove sembra che il tempo si sia fermato e che la gente viva a stretto contatto con la Pachamama, la terra, la natura. Mi immaginavo cosi’ la citta’ di Chachapoyas, capitale della regione dell’Amazonia peruviana. Situata nella verde selva, a 2335 m.s.n.m., appena attraversata la cordigliera delle ande del nord. Orde di turisti sfidano ogni giorno il difficile cammino per arrivare fin qui. Il loro intento e’ quello di visitare la favolosa Kuelap, la citta’ fortezza in rovina dei Chachapoyas, la gente delle nuvole. Infatti, guardando questa impressionante costruzione di pietra abarbicata sopra la montagna, circondata dalle nebbie dell’altipiano andino, la mente non puo’ che incominciare a viaggiare. A immaginare quello che fu la magnificenza di questa cultura. A sognare di re, di shamani, crearsi leggende e storie di lotte e di conquiste. Pensare a questo grande e misterioso popolo che qui visse per piu’ di 600 anni, in perfetta armonia con la natura, adorando il condor, il puma e il serpente. La nebbia si dirada e torno al presente. La citta’ contrasta con le mie fantasie bucoliche. Una moltitudine di case distinte, la maggior parte in costruzione, formano dedali di strade che si arrampicano per la valle, trafficate di taxi che corrono suonando il clacson ad ogni incrocio. La piazza principale ,in perfetto stile coloniale, sembra nascondere, come la nebbia kuelap, il passato precolombino di queste terre. Il mercato del centro trasuda di colori, di odori. Carne affumicata appesa a seccare, enormi cataste di frutta matura mi fanno girare la testa. Anziane signore che vendono fasci di erbe medicinali. Macellai che eviscerano polli e maiali sui banconi. Qui tutto e’ crudo, qui nessuno vuole impressionare nessuno. Si uccide per mangiare, senza nasconderlo. Si, c’e’ tanta natura qui nelle strette strade di cemento di Chachapoyas.

Fortaleza de Kuelap desde afuera, Chachapoyas.Fortaleza de Kuelap, Chachapoyas. Fortaleza de Kuelap, Chachapoyas. Fortaleza de Kuelap, Chachapoyas. El Tintero, Fortaleza de Kuelap, Chachapoyas. Fortaleza de Kuelap, Chachapoyas.

Linee curve, diritte. Linee corte, larghe. Linee tracciate per comunicarci, per unirci, per divertirci. Linee antiche, linee moderne che formano rotte, strade e sentieri interstellari. Linee familiari, linee sconosciute che disegnano cose di questo mondo per mostrarle chissá a chi.

Partire, cambiare ctitá, paese, ogni due o tre giorni. Salutare cose e persone molto piú spesso di quello che si é abituati a fare. Ti accorgi che ti adatti in fretta, che ogni luogo diventa quasi subito familiare, che ti senti come a casa e ti rilassi. Ed é giá il momento di ripartire.

Qui incontri il giorno senza casa. Il giorno, la notte che passa in treno, in aereo o in bus. Quando non sei fermo. Una pianta senza vaso, Quando stai solo viaggiando e senti le tue radici succhiare il mondo.